Serate MoveTheLimit

biznisman_podnikatelIl progetto MoveTheLimit prende forma quando durante una corsa in solitaria ho incominciato a pensare quanto dell’esperienza sportiva di coach ho trasferito in azienda. Concetti molto semplici che attraverso la metafora sportiva hanno assunto grande rilevanza e importanza nei gruppi di lavoro aziendali con i quali ho collaborato e che li ha applicati. Viceversa l’importanza della metafora aziendale ha colto nel segno quando è entrata in contatto con gli sportivi bisognosi di “gestire” un metodo per fare, che esulasse solo dall’applicazione in allenamento, ma che li aiutasse anche fuori dall’elemento sportivo.

MoveTheLimit quindi si occupa di accompagnare aziende e sportivi nel loro viaggio verso i traguardi sperati.

Uno degli elementi che uniscono le due parti saranno le “serate con il campione” che saranno seguite dalle “serate con l’imprenditore” dove verranno trattate le tematiche MoveTheLimit e dove si svilupperà il confronto fra realtà così diverse ma così unite. Molti atleti sanno allenarsi ma non sanno garreggiare e di contrasto molte aziende sanno garreggiare ma non sanno allenarsi. Per fortuna c’è MoveTheLimit

Impresa, Cultura e passione

michi e giulio

Michelangelo Muraro presidente ConvivioItalia con Giulio Martini AreaArte

Oggi incontro Giulio Martini per la prima volta, a fare da contorno all’incontro Palazzo Chiericati che ci osserva tranquillo facendoci un poco di ombra, il Teatro Olimpico un po’ più distante ed affannato a raccogliere i turisti sparpagliati su piazza Matteotti. L’incontro è di quelli curiosi, siamo al caffe degli Artisti ma non ci troviamo ed attivando il cellulre ci accorgiamo di essere uno di fianco all’altro. Senza cell forse staremo ancora a girare tra i tavolini immaginando la nostra faccia.

Giulio è persona appassionata che sta dedicando tutto il suo tempo, dopo anni di management in casa Marzotto, alla cura della sua “opera”, AreaArte.

AreaArte è una creatura viva che si autoalimenta nel concetto del “donare”, è una realtà che versa circa il 40% di quello che guadagna sul territorio, per finanziare opere, ricerche, borse di studio ed ora sta sostenendo un proprio progetto per far arrivare fondi a tutti i licei artistici del Veneto, una sorta di crowfunding dal basso.

Non esiste azienda al mondo che si sostenga sostenendo ma soprattutto, diffondendo cultura, un modello di business scalabile che ha nella forza della passione e dell’amore per la cultura la propria “Value proposition”.

Giulio nello spiegare AreaArte è un fiume in piena inarrestabile, e ad ascoltarlo rimani li come un salmone controcorrente, prendi tutto ciò che arriva, faticando a contenere i concetti cosi carichi e coinvolgenti.

La cosa assolutamente “impressionante” è che cogli immediatamente l’importanza sociale di sostenere il progetto scuole, così come tutti gli atri progetti che hanno aiutato anche in minima parte a crescere.

Un’Azienda che ha cura del territorio e delle persone che lo abitano e  attraverso la cultura porta crescita economica per se e le associazioni culturali che la appoggiano, una cosa assolutamente straordinaria, e senza nessun aiuto pubblico.

AreaArte insieme a ConvivioItalia sta pensando ad una partnership di rete per cercare di far crescere ancora di più l’attenzione degli investitori su tutto quanto sia cultura, e quanto possa essere un investimento remunerativo per tutti.

Persone come Giulio bisognerebbe clonarle… grazie

Aziende e modelli di business

modelli di busines

business model canvas

E’ da un po’ che non scrivo su queste pagine, un po’ per mancanza di stimoli e un po’ per mancanza di tempo.

Oggi mi sono ripromesso di parlarvi di quanto in questo ultimo periodo mi sia successo, rispetto al tema aziende nord est, a me caro. Ho incontrato molti imprenditori tutti con approccio “proattivo” tutti con grande attenzione allo sviluppo delle loro “risorse umane” e quasi nessuno pronto, nei fatti, ad investire a che questo avvenga.

Tutti ora sono disponibili a fare formazione finanziata, ma poi nei fatti, sospendere il lavoro per fare formazione diventa un problema irrisolvibile, se poi gli fai due conti su quanto costi il distacco per le ore di formazione impallidiscono e spesso rinunciano alla formazione, che un attimo prima avevano sbandierato come la salvezza.

Direi che se non avessi toccato con mano non ci avrei creduto, il profondo nord est è ancora radicato al sistema “prodottocentrico”, che tanto ha dato, ma che oggi soffre in modo inequivocabile. Molte aziende sono ancora nel medioevo da questo punto di vista.

Da una veloce analisi della Confcommercio risulta che il 60 % delle aziende PMI (artigiane) fatica ancora ad avere un sito che le rappresenti, non parliamo poi della fatica nel tenerlo eventualmente aggiornato.

Moltissime non hanno un sistema gestionale, senza parlare di un CRM che possa permettere loro qualche strategia di controllo o qualche azione commerciale mirata, alcune vivono continuamente proponendo offerte sul loro prezzo listino, che probabilmente non sono mai riuscite ad applicare in pieno.

C’è qualche cosa che non va nel modo di “essere” impresa.

Molte aziende (non tutte per la verità) continuano a pensare che il modello di business degli anni 70 oggi possa essere applicato allo stesso modo e di conseguenza dia gli stessi frutti, e dicono << ha sempre funzionato così, perché cambiarlo in fin dei conti.>>

In fin dei conti, se i conti tornano va bene così ma per molte di loro i conti non tornano più.

La difficoltà ad accettare un cambiamento passa attraverso la necessità di accettare la cultura dell’innovazione come l’ancora che potrà produrre una nuova scintilla di crescita.

L’analisi del modello di business esistente può aprire nuove consapevolezze, come quella accaduta ad un’azienda orafa che dopo l’analisi è passata dall’essere impegnata al 100% nel terziario, a svilupparsi successivamente come modelleria  centro di design e prototipazione di gioielli

“Cerchiamo di usare tutte le armi per uscire dalla crisi …persino il buonsenso”

Develon … Think Digital

Ci passavo davanti ormai da un anno, ma mai avrei detto che dentro quell’azienda avrei trovato “un mondo” .

Develon è un’azienda giovane, credo che l’età media sia di max 35 anni, veloce nel cogliere le esigenze del mercato in cui opera, una location accattivante tipo quelle aziende americane di software dove è tutto molto ampio, organizzato e a misura di “cervello”.

Affascinante visitare i reparti tutti “processati” attraverso un approccio Lean , e ci mancherebbe anche che non ci fosse, magari prossimamente questi “illuminati” della Develon inventeranno qualche cosa di ancora più smart.

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Il CEO dell’azienda e L. Gottin, persona affabile con un carisma trasparente e un cervello in continuo movimento, l’energia che sprigiona è in ogni concetto che esprime e in ogni angolo dell’azienda che spiega.

L’azienda si occupa di affiancare chi abbia esigenza di sviluppare strategie per il business online e per la privacy non vi elenco i loro clienti, ma vi assicuro che sono gruppi enormi.

Nel suo studio, davanti ad un caffè, Lorenzo mi parla di quanto sia in grande movimento il suo mercato di riferimento  e di quanta velocità operativa ci sia bisogno per operare in modo globale,  difficoltà che invece riscontra in molte realtà vicine (nordest e vicenza) che operano ancora a velocità ridottissima.

I 70 dipendenti della Develon sono persone focalizzate che mi da l’impressione vadano tutte al lavoro con la voglia di vivere il loro posto di lavoro, una cosa oggi molto rara, anche perchè trovano nel loro CEO una persona pronta ad accoglierli e ad ascoltarli.

Da questa bella visita mi porto a casa un insegnamento … “chi continua a guardarsi la punta dei piedi, si perde di vista il paesaggio”

Develon-Gruppo

DalleOre alle Opere … aziende e cultura

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Metti una sera in un casolare di fine ‘800 a dialogare di humanitas loci, sorseggiando vini biodinamici della cantina DalleOre.

Non è un sogno è la realtà, nella cascina DalleOre, dove il padrone di casa Marco Margoni, in compagnia di Luigi Borgo, Francesco Busato e Mario Bardin, organizza serate stimolanti per attivare percorsi di cultura e di gusto che partono dall’aggregazione di persone “assetate” di socializzazione, attivatori di humanitas,  così ben spiegata durante la serata di chiusura dal sapiente racconto-presentazione di Luigi Borgo, che ha fatto da introduzione alla presentazione un bellissimo libro di Mario Bardin.

Luigi, Marco, Mario e Francesco sono quattro personaggi molto attivi nella Valle dell’Agno e grazie alla loro partnership si sono sviluppate quattro serate che hanno coinvolto più di 200 persone, accorse per vivere momenti irripetibili fra cultura e gusto.

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Vorrei potervi trasferire l’atmosfera carica di emozione che ho vissuto, ma soprattutto la passione che ho respirato, quella passione che per approccio “sportivo” mi piace vedere e mettere in tutto ciò che faccio… insomma mi sono sentito a casa, pur non essendo mai stato in quel luogo, una vera e propria magia, dove un buon vino, belle parole e una location si sono miscelate alla vita, creando un momento memorabile.

Pensate ora a cosa potrebbe succedere se queste esperienze fossero scalabili e fossero attivabili da tante aziende che coraggiosamente e in modo lungimirante scelgono nuove vie per il loro marketing, pensando alla centrlità della cultura e delle persone spostando il loro focus dal prodotto.

Un propagarsi di eventi culturali e sociali in cui le persone possano trovare di nuovo il piacere dell’incontro e dello scambio di idee per andare oltre ciò che stiamo vivendo, uno spostare i limiti impostici da altri, un vero e proprio modo di essere che ha fatto delle nostre città nel periodo rinascimentale, fucina di idee e sviluppi sociali indimenticabili.

E allora come dice Luigi Borgo diamo il via ad un nuovo rinascimento aprendo gli occhi sul bello e su tutto quanto sia attivatore di humanitas, il tutto accostato ad un buon calice e ad un buon pensiero di sviluppo.

 

 

 

 

 

ISMAT innova l’approccio HR

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Un giorno ti imbatti per caso in un concetto e tutto cambia, la tua visione delle cose prende una forma assolutamente incredibile… Vedi l’ovvio.

Ismat è un’azienda che lavora nell’implementazione di strumenti nelle l’azienda partendo da una cosa basilare, le persone.

Nei miei ormai decenni di lavoro a stretto contatto con le persone e con la centralità delle stesse mi sembra di aver incontrato un amico conosciuto e che parla la mia lingua, e lo dico con una certa enfasi, perchè fino ad oggi mi sono sempre sentito un po’ fuori dal coro.

Le risorse umane o il capitale umano al centro dell’innovazione e del cambiamento è ormai una cosa che dicono in molti ma praticano in pochissimi (credo che potrei contarli sulle dita di una mano) eppure la forza dell’ovvio è proprio questa, l’innovazione e il controllo dello sviluppo aziendale prende corpo da un’attento affiancamento delle risorse. Ad oggi molti esimi professionisti dicono che il tutto andrebbe strutturato ma non spiegano come.
Quindi…come si fa direte voi?

Innanzi tutto definendo meglio e una volta per tutte, la differenza tra responsabile risorse umane (HR) e direttore o responsabile del personale, ad oggi confusione clamorosa perchè il ruolo si ferma semplicemente a pure mansioni di controllo spesso senza neppure entrare in contatto con le persone (risorse dell’azienda), quando invece dovrebbe essere l’effetivo collegamento con le risorse stesse, attivando momenti di ascolto e affinacamento effettivi per cogliere le difficoltà della persona e insieme trovare le soluzioni più idonee al potenziamento delle proprie competenze in base al ruolo ricoperto.

Sapete qual’è il pensiero che sta alla base di questa bell’azienda Svizzera che vuole diventare anche azienda Italiana … Lavorare su indicatori del malessere “ambiente aziendale” quali  l’assenteismo e il presentismo, due momenti che toccano tutti i dipendenti prima o poi e che influiscono sui costi aziendali e della comunità in modo estremamente pesante.

Un’azienda con circa 100 dipendenti si trova tutti gli anni di media ad affrontare problematiche di assenteismo da malattia e altro di almeno 400 giornate lavoro, che gravano quasi tutte sul bilancio aziendale (da 1 a 3 giorni) e sul bilancio statale (da 4 giorni in su). Senza contate il “presentismo” che spesso è causa di “pressioni” che costringono alla presenza ma che rendi la presenza stessa improduttiva.

Invece con un semplice intervento di formazione dei manager, così come spiegano in Ismat, si può arrivare ad abbattere l’incidenza sui costi del 25% almeno, con sensibili ricadute anche sui conti pubblici e chiaramente sull’ambiente aziendale e conseguentemente sul bilancio.

Ora incominciate a pensare a cosa succederebbe se questa modalità che stà dando grandi risultati fuori Italia, venisse presa in considerazione anche da noi, partendo magari anche dalla pubblica amministrazione in cui queste problematiche sono spesso percepibili attraverso sprechi inspiegabili e a tutt’oggi cosi sensibilizzanti dell’opinione pubbica.

A presto Ismat terrà un convegno in Italia … Responsabili e Imprenditori Stay tuned

Export PMI

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Ieri sera ad Altavilla ho assisitito ad una mini conferenza presso Cuoa dove il tema era “Come cogliere le opportunità dell’internazionalizzazione”.

A parte la cornice favolosa in cui si è tenuta la serata, la cosa che mi ha colpito di più, è stato il clima “sommesso” degli uditori, abbastanza numerosi per essere un venerdi in cui tutti i vicentini si apprestano al week end nelle montagne di casa.

Tutti sicuramente incuriositi dal tema, ma l’energia che ho respirato era un mix di curiosità, disincanto, tristezza e quell’atteggiamento tipo “tanto le ho già tentate tutte”.

Uno spunto importante è arrivato da due relatori, Franco Barin di “Brain in Italy” e dall’Avvocato Eleonora Cerin specializzata in Internazionalizzazione.

Le novità sono state di carattere pratico dopo tanta teoria e immaginavo scatenassero domande su domande … sala muta.

L’interessante contributo di Barin è passato attraverso la possibilità di dare valore all’intangibile in azienda, appropriarsi di quei valori che oggi sono preda dell’ “Italian Sounding” e vengono erosi e sfruttati da chi non ha nulla a che fare con gli Italiani. Il concetto Brain In Italy a tutta l’aria di poter diventare uno strumento a salvaguardia delle aziende e soprattutto uno strumento che amplifica la consapevolezza di “valere” e di poter fare la differenza sfruttando la proprietà intellettuale che molto spesso diamo per scontata.

L’avvocato Cerin in modo molto gentile ma deciso ha fatto rilevare che a causa dell’improvvisazione si è rischiato e si rischia tutt’ora di fare dei passi azzardati, soprattutto per le PMI che oggi cercano l’estero senza “strategia” ma pensando che l’andare all’estero sia la strategia.

Le piccole e medie imprese, ma soprattutto chi le dirige, prima di andare all’estero dovrebbe incominciare (è già tardi) a fare un’autovalutazione andando oltre il prodotto o il servizio che sono in grado di erogare perchè quello non basta più, ora la differenza la fa il servizio post vendita, la presenza sul territorio, la conoscenza della cultura e una buona capacità comunicativa accompagnata da una grande preparazione delle risorse umane … per vincere le gare bisogna allenarsi e nel nord est si pensa sia superfluo!!